sabato 22 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (4^ parte) SBARCO A GIAFFA













Foto1 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 2 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 3 - Jafa bringing goods (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 4 - Jafa Caravan (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 5 - Monastero di San Saba (1934 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 6 - Monastero di San Saba oggi in Cisgiordania
Foto 7 - Il Mar Morto (2006)
Foto 8 - Il deserto lungo le rive del Mar Morto (2006)

Dopo una traversata durata tredici giorni da Costantinopoli, Chateaubriand sbarca a Giaffa il 1°ottobre del 1806, con il suo domestico Julien: “Giaffa presenta solo un brutto ammasso di case radunate in cerchio e disposte ad anfiteatro sul pendio di una costa rialzata[1]”: così Chateaubriand ci descrive la città dalla nave. Il minareto della moschea si mostra chiaro al suo orizzonte, ma ogni cosa, per lui, esiste in funzione del Vangelo e delle Sacre Scritture: la terra è lì per dare testimonianza degli avvenimenti divini che vi sono accaduti e la stessa popolazione autoctona è funzionale alla grandezza evangelica. Infatti, prima ancora di sbarcare a Giaffa, incontriamo l’Arabo che la scrittura di Chateaubriand trasfigura: non un uomo qualunque che si dà da fare per portare a casa qualche moneta grazie ai viaggiatori venuti a visitare la sua terra, ma un rappresentante della razza Araba che, in attesa del vascello, ha il grande privilegio di calpestare la riva che, un tempo, è stata testimone dei miracoli di Gesù.

L’Arabo, che erra su questa costa, segue con occhio avido il vascello che passa all’orizzonte: attende le spoglie del naufrago sulla stessa riva in cui Gesù Cristo ordinava di dar da mangiare agli affamati e vestire gli ignudi. […]
Dei caicchi avanzarono presto da tutte le parti, per cercare i pellegrini: i vestiti, i tratti, la carnagione, l’aspetto del loro volto, la lingua dei padroni di queste imbarcazioni, mi annunciarono subito la razza araba e la frontiera del deserto. […]
Gli Arabi dalla riva procedettero nell’acqua fino alla cintura, al fine di caricarci sulle loro spalle.
[2]

L’occhio “avido” mostra già tutto il pregiudizio dell’occidentale. Degli Arabi è bene non fidarsi, è Padre Giovanni dell’Hospice des Pères di Giaffa a dirlo: egli consiglia al nobile pellegrino francese e al suo domestico Julien, di rimanere sempre guardinghi nei confronti della popolazione locale. I due viaggiatori, infatti, devono sapere che gli Arabi si manifestano gentili con i turisti, solo per depredarli meglio; quindi, per raggiungere Gerusalemme, è prudente che indossino gli abiti dei pellegrini e che tengano nascoste le armi sotto le vesti. Ma non è per la strada verso Gerusalemme che i due stranieri saranno aggrediti dai beduini del deserto, ma nel cammino verso il Mar Morto nei pressi del convento greco-ortodosso di Mar-Saba: fortunatamente tutto si risolve al meglio, grazie all’intervento della loro scorta e del monaco greco ortodosso.
Fascino, paura, disprezzo sono i sentimenti che Chateaubriand prova nei confronti degli Arabi di cui subisce, a tratti, il fascino: l’immagine più orientale e poetica di questo popolo, egli l’esprime quando una notte, mentre riposa in riva al Mar Morto, vede degli arabi seduti in cerchio con i fucili deposti al fianco che, assorti, ascoltano il racconto dello scheick: nel loro atteggiamento, vede confermata la grande passione che gli arabi e i beduini del deserto hanno per il racconto[3]. Anche il giovane Maxime Du Camp, circa quarant’anni dopo, subirà lo stesso fascino.

"Tutto ciò che si dice della passione degli Arabi per il racconto è vero, e ne citerò un esempio: durante la notte che avevamo appena trascorso sul greto del Mar Morto, i nostri Betlemmiti stavano seduti attorno al fuoco, i fucili distesi a terra al loro fianco, i cavalli attaccati a dei paletti che formavano, all’esterno, come un secondo cerchio. Dopo aver bevuto il caffè e parlato molto assieme, quegli Arabi caddero in silenzio, fatta eccezione per lo scheick. Vedevo, al bagliore del fuoco, i gesti espressivi, la barba nera, i denti bianchi, le svariate forme che faceva la sua veste mentre questi continuava il racconto. I compagni lo ascoltavano con un’attenzione profonda, tutti protesi in avanti, il viso verso la fiamma, a volte gettando un grido di ammirazione, a volte ripetendo con enfasi i gesti del narratore; teste di alcuni cavalli venivano in avanti al di sopra del gruppo e si disegnavano nell’ombra, finendo col donare a quel quadro il più pittoresco dei tratti, soprattutto allorquando veniva ad aggiungersi un angolo del paesaggio del Mar Morto e delle montagne della Giudea.
Avevo studiato con tanto interesse sulla riva dei laghi le orde americane, ma quale altra specie di selvaggi potevo contemplare qui!
Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze che hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismaele."
[4]

Nonostante l’ammirazione che prova nei confronti di questo quadro dipinto nel deserto, Chateaubriand manifesta un sentimento di superiorità nei confronti degli Arabi - abitanti del luogo - che restano, comunque per lui, dei “selvaggi”. Lo si percepisce, a mio avviso, anche dalle semplici descrizioni che ci offre in altri punti del suo Itinéraire: gli uomini hanno un portamento nobile e fiero ma i loro denti ricordano quelli degli sciacalli; le donne sono belle se osservate da lontano ma non da vicino, anche se si avverte qualcosa di delicato nei loro modi – Solo l’antica origine della stirpe sembra aggiungere gradi di nobiltà ai “selvaggi” che l’aristocratico incontra in Palestina:

Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze cha hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismael; li vedevo nello stesso deserto che era stato assegnato loro da Dio in eredità: Moratus est in solitudine, habitavitque in deserto Pharan [5]. Li incontravo nella valle del Giordano ai piedi delle montagne di Samaria, sui sentieri di Ebron, nei luoghi in cui la voce di Giosuè fermò il sole, nei campi di Gomorra ancora fumanti della collera di Jéhovah, e che consolarono in seguito le meraviglie misericordiose di Gesù Cristo. Ciò che distingue soprattutto gli Arabi dai popoli del Nuovo Mondo, è che attraverso la natura rude dei primi si avverte tuttavia qualcosa di delicato nei loro costumi, si sente che sono nati in questo Oriente da dove sono emerse tutte le arti e tutte le scienze, tutte le religioni."[6]

Qualche riga più in là, Chateaubriand propone un parallelismo rivelatore tra il “selvaggio” che ha incontrato durante il viaggio in America e il “selvaggio” di Palestina: l’arabo. Entrambi sono selvaggi, ma con dei distinguo: se l’americano deve ancora raggiungere lo stato di civiltà, l’arabo l’ha già raggiunto ma anche già perduto.
Il selvaggio Americano non è ancora giunto allo stato di civiltà, tutto presso l’Arabo indica l’uomo civilizzato ricaduto nello stato selvaggio[7]”.
Lo sguardo dell’aristocratico francese è lo sguardo del colonialista che considera inferiori i popoli che ha incontrato durante i suoi viaggi. Ma, ai suoi occhi, se i selvaggi d’America sono stati resi più civili dalla religione cristiana, quelli di Palestina, proprio perché hanno rifiutato la vera religione - nonostante il grande privilegio di essere nati nella Terra scelta da Dio per la sua Incarnaziome – sono ricaduti nello stato selvaggio.

I temi sono attualissimi. A questo riguardo, il libro dell’intellettuale palestinese Edward Said, Orientalismo è un contributo preziosissimo per capire, riflettere, cercare di considerare le diverse sfaccettature della complessa questione.
Io stessa, dopo aver mentalmente viaggiato con alcuni viaggiatori d’Oriente in Palestina - l’aristocratico Chateaubriand nel 1806, i due borghesi intellettuali Maxime Du Camp e Gustave Flaubert nel 1849-51, e l’ufficiale militare Pierre Loti nel 1894 - ho avvertito la necessità di andare a rileggermi l’intellettuale arabo-palestinese, per cercare di capire quanto ancora questo sguardo sull’Oriente influenzi, a volte quasi inconsciamente, il nostro modo di guardare l’altra sponda del Mediterraneo, sebbene siano trascorsi più di due secoli.
Riporto di seguito alcuni stralci del suo libro, che chiariscono le intenzioni dell’autore e del suo studio:

"Orientalismo: vale a dire un modo di mettersi in relazione con l’Oriente, basato sul posto speciale che questo occupa nell’esperienza europea occidentale. L’Oriente non è solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche, ricche, estese colonie europee; è la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso. E ancora, l’Oriente ha contribuito, per contrapposizione, a definire l’immagine, l’idea, la personalità e l’esperienza dell’Europa (o dell’Occidente). Nulla, si badi, di questo Oriente può dirsi puramente immaginario: esso è una parte integrante della civiltà e della cultura europee persino in senso fisico.”[8]

Orientalismo: “Quasi tutto ciò che essi [Napoleaone e Lesseps[9]] sapevano dell’Oriente veniva dai libri appartenenti alla tradizione orientalista, dagli scaffali della relativa biblioteca di “idées reçues”; […], l’Est in carne e ossa era qualcosa che si poteva incontrare e affrontare perché i testi rendevano possibile tale esperienza. Si trattava di un Oriente muto, utilizzabile dall’Europa per la realizzazione di progetti, che coinvolgevano, senza mai renderle partecipi, le popolazioni indigene, incapace di opporre resistenza ai piani, ai significati, e persino alle mere descrizioni che a esso venivano sovrapposte.”[10]

"Orientalismo è un ripensamento di quello che per secoli è stato ritenuto un abisso invalicabile tra Oriente e Occidente. Il mio scopo non era tanto eliminare le differenze – chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? – quanto sfidare l’idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l’intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e l’affermarsi del controllo imperialista.”[11]

Edward Said, (un sito utile per saperne di più: http://www.rainews24.it/ran24/rubriche/incontri/autori/said.asp) in Italia, non è ancora noto al grande pubblico, è conosciuto tra le persone che si occupano di Medio Oriente, e nemmeno tra tutte! In Israele, è stato sicuramente quasi più letto che in Palestina/Territori Occupati in quanto lo stesso Arafat aveva proibito la diffusione dei suoi libri.
Nel saggio, Said ripercorre il viaggio e lo sguardo dei diversi viaggiatori occidentali in Oriente. Si sofferma a parlare di Chateaubriand, molto del viaggio in Egitto e Palestina di Flaubert con l’amico Maxime Du Camp, ma gli sfugge l’antisemitismo di Pierre Loti. Forse Said non aveva letto il suo diario a Gerusalemme dove Loti si lascia andare a delle forme di antisemitismo davvero impressionanti. Siamo nella primavera del 1894, dopo qualche mese scoppierà l’Affaire Dreyfus e Pierre Loti, non dimentichiamolo, è un militare.
Oggi in Francia si assiste, da parte di alcuni critici, ad una rivalutazione di questo scrittore minore che tanto impressionò Van Gogh e già molte sono le voci che si stanno sollevando contro, soprattutto quella gli Armeni di Francia; ma riprenderò l’argomento quando, in un altro post, mi occuperò del pellegrinaggio di Pierre Loti in Terra Santa.

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere un articolo sulla rivista Terrasanta del giurista e storico palestinese prof. Abdul Hadi che collabora al Palestinian Academy Society for the Study of Interbational Affairs (Passia, http://www.passia.org/) e pensavo a quanto ancora ci sia in noi Europei un po’ (solo un po’?) di Chateaubriand nei confronti degli Arabi di Palestina, sebbene siano trascorsi due secoli.
Alla domanda: “Che cosa vi aspettate dall’Europa?”, il professore risponde: “ Quel che è andato storto finora fra i palestinesi e l’Europa è che gli europei non ci hanno trattato come partner. Hanno adottato il rapporto di sudditanza che c’è fra donatori e beneficiari: con il paternalismo dei finanziatori che danno fondi senza preoccuparsi eccessivamente di formare degli esperti che diventino autonomi. Oggi tutto questo può cambiare: ci vorrà molto tempo , ma ci aspettiamo che l’Europa possa aiutare i palestinesi ad aiutare se stessi nel realizzare quei valori che hanno fatto grande la storia europea:libertà, solidarietà, uguaglianza, indipendenza, democrazia, formazione, Stato di diritto”(Rivista di Terrasanta, numero 6, novembre-dicembre 2007, p. 18 - http://www.terrasanta.net/)

La strada è decisamente in salita.


N.B.
Tutti sappiamo quanto la questione di Israele e Palestina sia complessa e dolorosa per i due popoli. Parlare di “muro” o di “barriera difensiva” dà già il punto di vista che si è scelto nel definire ideologicamente la realtà di cui si parla.
Quando scrivo del viaggio di Chateaubriand in Palestina, intendo la Palestina geografica, ovvero la Palestina del XIX secolo ancora sotto il dominio dell’Impero Ottomano.
Oggi la Palestina come Stato vero e proprio non esiste ancora: esiste invece l’Autorità Nazionale Palestinese che controlla i Territori occupati (ovvero la Cisgiordania/West Bank) e Gaza (che oggi è per lo più sotto il controllo di Hamas in forte tensione con l'ANP).
Giaffa, sin dal 1948, fa parte dello Stato di Israele.

[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet, p. 280
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. p. 280
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. .331-332
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 331-332
[5] Genèse XXI, 20-21: “Ismael abiterà lontano dai paesi abitati (…) stabilì il suo soggiorno nel deserto di Pharan” Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem… op. cit. p. 693 (nota)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 332
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 333
[8] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.11-12.
[9]Ancor oggi è viva la querelle per l’attribuzione del progetto tecnico del Canale di Suez tra il francese Ferdinand de Lesseps e l’italiano Luigi Negrelli.
Napoleone il 19 maggio 1798 si imbarca a Tolone per l’Egitto, portando con sé 170 “savants”: si tratta della celeberrima campagna d’Egitto. Gli archeologi, gli astronomi, linguisti, storici e botanici che si erano aggiunti alla spedizione avevano come unica giustificazione quella di dare un supporto intellettuale e attirare la buona considerazione dell’Istituto nei confronti del futuro Napoleone.
[10] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.99.
[11] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, dalla postfazione






martedì 11 dicembre 2007

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XIII REGALI DI HANNUKKAH



Una volta la mamma mi ha detto che ero nata ad Hannukkah, nel giorno della quinta candela.
Ma chi è che lo sa a casa nostra?
Nessuno dei fratelli pensa minimamente al giorno in cui è venuto al mondo.
“Ebbene? nasciamo! Una novità nel villaggio! E allora?” I fratelli ridono. “Cosa vuoi? Nascere un’altra volta?”
Papà esplode: “Cos’è? Così all’improvviso un’altra festa?... Solo una mente profana poteva inventarsela!”
Allora ad Hannukkah ero tutta contenta soltanto per le due monete da 10 copechi – i nostri “soldi di Hannukkah” – che noi piccoli, ricevevamo dal papà e dal nonno.
Con quei soldi, avremmo noleggiato una slitta e saremmo andati in passeggiata. Ogni giorno saremmo stati pronti per una passeggiata con un vero cavallo!
Così, quelle due monete d’argento suonavano e cantavano ai nostri orecchi come le campanelle della slitta che ci avrebbe portato in giro per la città.
Particolarmente brillante era la moneta d’argento del nonno; si sarebbe potuto credere che l’aveva fatta lucidare proprio per Hannukkah.
Di mattina presto, la vigilia di Hannukkah, ricordo che io e Abrachka correvamo verso la casa del nonno.
Se dorme ancora, lo sveglieremo. Forse si è completamente dimenticato che in giro per il mondo è Hannukkah?
Il nonno vive, per il tempo che gli rimane, in una via – ma come è potuto accadere? – interamente non ebrea. Si chiama Offitserskaia, la via degli Ufficiali. Probabilmente abita in questa via perché, non lontano, si trova la grande corte circondata dalle sinagoghe.
È una via di casettine bianche, completamente bianca. La via più tranquilla della città. Nessun negozio, nessuna confusione. Ci si potrebbe veramente addormentare. Persino una risata – in mezzo alla strada - non sarebbe possibile. Da dietro i vasi di fiori posti come sbarre alle finestre, affiorano i copricapo fioriti delle vecchie nonne. Scuotono il capo:
“Birbanti! Smettetela di ridere!” Come se in tutte quelle casette stessero a letto nonni ammalati.
Sono talmente basse che probabilmente ci si può stare soltanto a letto. Ma se un uomo alto volesse rimanerci in piedi? Dovrebbe piegarsi in due. Probabilmente è per questa ragione che mio nonno e mia nonna diventano ogni anno sempre più piccoli.
Altre casettine si sono completamente abbassate. I vecchietti che vivono laggiù sembrano crescere nella terra, e non sappiamo se i vasi di fiori che se ne stanno alle finestre vengano su direttamente dalla terra.
Dall’interno, non si vede e non si sente il minimo rumore.
Le casette sono tutte avvolte nella neve come soffici coperte calde. I muri chiusi su se stessi, come sordi. Il vento soffia la neve dentro le finestre, riempie le fessure, eppure le vecchie tende di pizzo non si muovono. Il fumo dei camini vaga liberamente come un ubriaco attraverso i tetti. Il vento si spinge da tutte le parti, si distende in lungo e in largo uscendo con forza fuori dai camini, come se ci fosse troppo caldo dentro le case che sembrano sciogliersi sotto la neve: sotto un bianco sudore.
“Allora, sognatrice addormentata! Cos’hai da guardare da tutte le parti?” scoppia a ridere di colpo Abrachka.
All’improvviso, dall’altra parte della via, mi lancia una risata sonora e palle di neve.
“Sei matto! Smettila di gridare! Si precipiteranno tutti fuori dalla porta!”
“Con questo freddo? Scommettiamo! Cosa scommetti?”
Dietro a un recinto, si erige un albero tutto bianco. Un vecchio albero, probabilmente. La neve gli si è adagiata sopra come le dozzine di cuscini sul letto della nonna. I rami la reggono a fatica.
Abrachka sale sul muretto, si arrampica sull’albero e lo scuote.
L’intero albero oscilla. Blocchi di neve cadono come pietre.
Un ramo nudo cede e si spezza.
“Brutta bestia! Non c’è abbastanza neve nella strada? Cosa ti fa se se ne sta adagiata sull’albero?
“L’albero è mio quanto tuo! Saresti una sua parente?”
Ho voglia di precipitarmi in una di quelle casettine, poco importa a casa di chi. Forse dietro alla porta c’è una nonna vecchiotta e posso nascondermi da Abrachka, sotto le sue sottogonne di stoffa.
La casa del nonno si trova in fondo alla via. Una piccola casetta come tutte le altre. Gli stessi vasi gremiti di fiori, le stesse imposte ben tagliate, sagomate come dolci di zucchero d’orzo; la neve stipata nelle piccole fessure e sul tetto, lo stesso fumo.
Eppure questa piccola casetta sembra più bianca e più calda di tutte le altre.
Abrachka appena è davanti alla porta, tira il cordone del campanello. Il campanello emette una tosse roca e ripiomba nel silenzio.
“Ah è così! Siete già qui bambini? Mi stavo preparando per andare al mercato e sono già qui per i soldi di Hannukkah!” È Frida! La vecchia cuoca della nonna. Apre la porta con sulle spalle un grande scialle.
“B-r-r-r! Che freddo che avete portato! Su, entrate! Fa davvero così freddo fuori? Devo mettermi addosso uno scialle come te Bachinka?”
Batte i piedi, e con i piedi, salterellano sul suo viso piccole macchie di rossore. D’inverno sembrano gocce secche di grasso che si è dimenticata di lavare. Sempre di corsa, sempre in un vortice. Dice che va al mercato ma a casa sua il pasto è già pronto. Sentiamo bene che in cucina sta friggendo qualcosa.
“Frida, ci darai da assaggiare una patata fritta?”
“E tu come lo sai che sto friggendo delle patate?”
“Frida, il nonno dorme ancora?”
“Come dorme?” Quando dorme? Non fa altro che studiare la Torah!” scaccia via la gatta dal cesto. “pssh… via! Ma guarda qui, un nuovo nascondiglio, ficcarsi nel cesto!”
Al suono della voce di Frida, la gatta si sveglia e con i suoi occhi a mandorla, sprizza fuori luce: ha visto la neve che ci è rimasta ai piedi. Alza la coda, si sistema i baffi e si stiracchia fino a noi giusto per venire a leccare una goccia fredda di neve. La neve si scioglie sul naso e inizia a starnutire.
“ proprio un cervello da gatta!” Abrachka la tira per la coda “va dire piuttosto al nonno che siamo qui!”
“Perché devi disturbare la gatta? È una fannullona. Io sono molto più veloce di lei!”
La nonna compare sulla porta. Entra talmente piano che il suo sorriso, così dolce, sembra averle addolcito il passo.
“Con un freddo simile, piccoli miei? Di sicuro si tratta di una spedizione importante?...” E ci rivolge un sorriso, “dai veloce Bachinka togliti lo scialle e vieni a scaldarti vicino alla stufa, ma attenta a non bruciarti! Hanno appena chiuso il tubo!”
Se ne sta in piedi vicino a noi, confusa.
“Vuoi un bicchiere di latte caldo? Cosa posso offrirvi da mangiare, di mattina presto?” All’inizio non sa cosa fare. Aiutarci a sgomberare oppure offrirci qualcosa? Il volto e i capelli bianchi sono luminosi. I piccoli fiori del suo copricapo fioriscono come a metà estate. Lei è dolce, grassottella, calda come una stufa di maiolica bianca.
In casa non c’è spazio nemmeno per girarsi. Ogni cosa è stipata e cade giù da tutte le parti; la nonna ha costantemente paura di prendere freddo, ogni spizzico di spazio libero diventa per lei una corrente d’aria.
“Nonna, oggi è festa! Hannukah!”
Abrachka le salta subito addosso.
“Cosa dici! Calmati! In piena Hannukkah non devi far cadere per terra tua nonna, andiamo! Non è per attirare la cattiva sorte ma sei diventato grande in questi ultimi tempi! La nonna cerca di tenersi in equilibrio sulle sue piccole gambe.
Abrachka si spaventa: ci manca solo che la nonna si arrabbi!
“Sei comunque un bravo ragazzo, Avramel! “ sorride “venire di mattina presto per annunciare questa notizia! Volevo proprio informarmi dal nonno… Senza di te non l’avrei nemmeno saputo, birbante! Bene, avvicinati! E bacia prima di tutto la mezzuzah sulla porta. Il maestro te l’ha ben raccomandato, no?
Anch’io nonna voglio baciarla!
Dove ti spingi tu piccolina, sei una ragazza no?
Abrachka mi scaccia come fa con la gatta che si trascina tra le gambe
Per lui va bene. E’ un ragazzo e può darsi delle arie.
Forse è meglio essere un gatto che una ragazzina che tutti prendono in giro.
“Smettila di dar noia alla piccola!”
Tutto a un tratto, la nonna si prende la testa tra le mani, come se si ricordasse di qualcosa.
“Non hai preso freddo vero? Vieni, adesso ti do una cosa, Bachinka!”
“Dei lamponi, nonna!” Le corro dietro, so che quando la nonna dice “prendere freddo” vuol dire che tira fuori da qualche nascondiglio un vasetto di lamponi che, da lei nell’armadio dei vestiti, è seppellito in mezzo a tutte le altre marmellate.
“Tieni, Bachinka, prendi questo con te e dì alla mamma che ti dia sempre, prima di andare a letto, un bicchiere di tè caldo con i lamponi. Dille che è un rimedio per tutto. Per un colpo di freddo, è la miglior medicina.
“Nonna? Dov’è il nonno? Non lo vediamo”
“Entriamo! Eccolo. È lì in piedi vicino alla stufa.”
Attraverso la porta mezza aperta della sala da pranzo, vediamo, scintillante come un grande specchio bianco, una stufa di maiolica bianca, e, vicino alla stufa, un’ombra nera: è il nonno che oscilla il corpo in preghiera. E noi che pensavamo che stesse ancora dormendo! Dormire? Ho l’impressione che da quando lo abbiamo visto, alla vigilia dello Shabbat della settimana scorsa, sia sempre rimasto lì in piedi vicino alla stufa e che non sia ancora andato a dormire.
Addosso, lo stesso paltò di mezza lunghezza, di stoffa lucida, sottile e nera, tutto a pieghe come la fronte. Lo stesso paltò, estate inverno. Sotto, non vediamo la magrezza del suo corpo. Quasi non ne avesse uno.
Il volto risplende. Gli occhi sono pensosi. Oscilla in preghiera. Con una mano, si accarezza un filo di barba, con l’altra fa un nodo nell’aria. Si direbbe che interpreti solo per sé stesso un passo del Libro rimasto sulla tavola, cosa che gli fa muovere il capo da una parte all’altra.
Non vede nessuno dei due. Gli occhiali sulla fronte e le sopraciglia ispide e folte gli nascondono gli occhi. La barba bianca cade giù come un ciuffo di neve. I basettoni lasciano scoperte parti di guance anch’esse bianche. Per il calore della stufa, sotto la pelle molto delicata, si intravedono vene un po’ arrossate.
Abbiamo paura di andargli vicino. Sulla maiolica bianca si muove la sua ombra. Il nonno sembra lontano da noi, con un piede nell’altro mondo.
“Bachka, guarda!”. Il fratello mi tira per la manica. “Guarda, ecco i dieci copechi sul tavolo!”
Il nonno! Ha pensato anche a questo! E io che credevo che pensasse solo alle cose di Dio!
Ma il nonno non distoglie il capo dalla finestra. Il sole brilla e si riflette nei suoi occhi, come se avessero esaurito tutta la luce del cielo! Ecco, sembrano accendersi! Sulla finestra è appesa la lampada di Hannukkah, la lampada d’argento vecchio e scuro con al posto delle candele, le piccole cavità ancora nude. Ma gli occhi del nonno accendono con un colpo solo, come fiammiferi, tutte le otto piccole cavità.
“Nonno!” Non possiamo più trattenerci e ci fermiamo spaventati dalle nostre stesse voci.
“Ah!... che cosa c’è?” Il nonno sembra uscire da un sonno profondo. “Aiga! Sembra che sia entrato qualcuno. Fa la fatica di andare a vedere!”
“Ma sono i bambini di Alta, Avremel con la piccola Bachka!” gli grida la nonna dalla sua camera.
Il nonno volge il capo tutto bianco verso di noi. Vedendoci, sorride. Corruga il volto. Sorridendo, è cambiato. È diventato un’altra persona. Il volto si è sciolto, come cera calda.
“E io avevo pensato…” – il nonno lascia cadere gli occhiali dalla fronte e da sotto le lenti dà un’occhiata al fratello – “mi ero detto: vedrai che quando Avremel avrà fatto iniziato il suo cammino religioso, non penserà più ai soldi, non è vero Avremel? E il nonno gli dà un pizzicotto leggero sulla guancia.
“ Bene! Vieni qui! Ti devo esaminare un po’ ? Dimmi…” – la voce dolce gli si spezza – “dove sei arrivato nei Cinque libri? È un bel po’ di tempo che vai a studiare dal rabbino…”
Sulla tavola scintilla la moneta da dieci copechi. Ad Abrachka gli gira la testa. Quella moneta d’argento gli stuzzica gli occhi. Gli è vicinissima, davvero vicina. Può persino quasi toccarla con la mano. Non vede l’ora di guardarla. Cosa c’è raffigurato sull’altro lato? La stessa aquila, come sempre, no?
La voce del nonno è come un ronzio. Le mani gli prudono: gli piacerebbe far piroettare almeno una volta sulla tavola la moneta da dieci copechi. La tavola lucidata è scivolosa: la moneta sarebbe volata via come una rotellina. Avrebbe potuto scivolare dalla tavola e ….zac? per poi andarla a cercare in tutte le fessure del pavimento di legno! Gli occhi rotondi di Abrachka strabuzzano dallo spavento; deve afferrare i dieci copechi. Afferrarli velocemente prima che il nonno cominci a interrogarlo e che si metta ad ascoltare i passi che ha imparato e che ha già dimenticato.
E se al nonno venisse voglia di tirar fuori dall’armadio i Cinque Libri di Mosé, cosa si fa?… Iniziare a salmodiare come a scuola con il rabbino. Così, trascorrerà tutta la giornata. Verrà buio. Allora dove potrà trovare un cocchiere, un cavallo? Chi l’aspetterà? Tutti i ragazzi già partono, imbacuccati nelle slitte … e lui.. Ad Abrachka gli si stringe il cuore. Cadrà addormentato assieme al nonno vicino alla stufa calda. Il calore gli sale al viso come se fosse lui e non il legno a bruciare nella stufa ardente. Fa pena guardarlo. Le dita gli tremano. La testa è come gonfia. Dagli occhi gli sprizzano fuori lampi di fuoco, come se i 10 copechi d’argento fossero già suoi.
“Una moneta da 10 copechi!” continua a dirsi Abrachka. Quando riceverà gli altri 10 copechi dal papà, allora potrà girare tutta la città con la slitta. Quale cocchiere non lo prenderebbe? Abrachka dovrà soltanto tenere in mano la moneta d’argento. E quando ne mostrerà anche solo un angolino al cocchiere, vedrà gli occhi di Ivan uscirgli dalla testa. Questo zoticone, subito dopo, si scalderà tutto e si metterà a convincere Abrachka che il suo cavallo, la sua slitta sono impareggiabili (non hanno uguali) e che li ha ereditati da un signore di un castello!
“C’è una pelliccia” inizierebbe a dire Ivan “distesa sopra la slitta. Non importa se sembra una vecchia capra morta. L’hanno usata per coprirsi, i figli del signore del castello!”
E per il suo cavallo cosa non farebbe Ivan! fischierebbe dall’entusiasmo. “Basta frustarlo e vola come un’aquila! Non è cosa da poco: la stessa moglie del signore del castello se ne è andata dappertutto, con lui in passeggiata”
“E che ne dici dei miei sonagli? Non suonano come tutte le chiese insieme? Siediti solamente: lascia che il cavallo si sposti…” La grossa voce di Ivan gli risuona nelle orecchie come una tromba.
Abrachka non ce la fa più più; si alza da dove è seduto e prende la moneta d’argento.
“Aspetta, non così velocemente! Hai tutto il tempo! Perché ti precipiti in questo modo? Faresti meglio a sbrigarti a imparare il discorso per il tuo barmitzvah!”
Abrachka solleva il capo. Chi è che parla così? Non Ivan! La mano del nonno si è posata sulle sue dita agitate.
“Baruch, dagli i dieci copechi! Una goccia di gioia per i bambini! Non vedi”, dice la nonna al nonno, “ il ragazzo non sta più nella pelle ! Non riesce più a star fermo! E la piccola se ne sta lì con la testa nelle nebbie.”
Senza fiato, corriamo fuori dalla casa del nonno con i dieci copechi in mano.

Il fratello si scatena per le strade. Persino le neve brucia sotto i suoi piedi e con le mani, non smette di fare mulinelli: forse vorrebbe far risuonare i suoi dieci copechi d’argento fin dentro i mezzi-guanti.
“C’è ancora una slitta? Ancora un cavallo?” gli risuona in testa.
Mi fermo un attimo, mi si è disfatto uno zoccolo.
“Quando si inizia ad andar via con una ragazza?.... ma che lenta!” Abrachka, invece di aiutarmi, mi grida dietro. “La smetti di andare così piano? Prima il nonno, poi tu con i tuoi zoccoli! Vedrai che avranno preso tutte le slitte!”
“Che colpa ne ho io?, se gli zoccoli nuovi mi scivolano via dai piedi.” Ma voglio pungerlo “Il nonno è di sicuro arrabbiato con te, non hai lasciato che ti facesse domande su quello che hai imparato!
“Ma cos’hai ancora? Perché mi spacchi la testa! Dì piuttosto, con chi andiamo via? con Ivan? o con Berel, lo svitato che zoppica da un piede?
“Chi vede che zoppica? E’ seduto allo stesso posto e ha un cavallo con le zampe dritte”.
“Perché non far diventar zoppe anche le zampe del cavallo? Tanto di lui si può credere qualsiasi cosa! Un tal furbone! Ha-ha!”
“Signorino! Avremel! Signorinella!” I cocchieri ci hanno visto. Ci conoscono. Se ne stanno sempre in fila in fondo alla via. A gara, si soffiano e si battono le mani dal freddo e dalla noia.
“Avete ricevuto i soldi di Hannukkah? Quanto ti hanno dato? Bene, mostra! Allora sali su! Sali piccola!”
I cocchieri si spingono tra loro. Un cocchiere più anziano – ha probabilmente molto freddo – si lascia scappar fuori dalla bocca un vapore molto denso, come se ci si volesse scaldare. E quando parla, la sua barbetta gelata va su e giù come una scure con la quale mozzerebbe ogni parola che gli esce dalle labbra.
“Vieni piuttosto con me” Non vale proprio la pena di star dietro a quello!” Non vedi che ha un cavallo che sembra una vecchia asina come lui!”
“Quel cavallo? Ne ingoierebbe altri dieci come il tuo! Che l’angelo della morte ti colga!” I cocchieri continuano a insultarsi.
“Va pure! Ti fregano tutti, signorino mio! Insomma ti fai sempre portare da me! Guarda un po’ signorinella, come starai al caldo sotto questa pelliccia nera!”
Ivan sbuca di corsa da dietro le slitte e ci raggiunge con uno scivolone.
Sembra pieno come un otre, ma si inchina leggermente da un lato. Poi, come farebbe per i suoi vecchi padroni, disfa la coperta di montone ammuffita e…… ci siamo!….. tutti e due siamo già sulla la slitta.
“Fi!” gli altri cocchieri sputano per terra “Che cosa si può fare con un diavolo simile?”
Ivan sferza l’aria con la frusta, solo un colpo! ma il cavallo ha continuato a tremare e ha tirato su la coda come un gatto quando viene bagnato con acqua fredda.
“Hue! Vecchio ronzino! Hue!” Ivan si rianima fino a sollevarsi dal sellino. I sonagli risuonano e non smettono di tintinnare.
“Hop! Hop!”
Le grida e la frusta volano e bruciano, come con acqua bollente, la groppa fredda del cavallino che, furente, cerca di sfuggire a Ivan; si stira, lavora di reni, così la sua coda lo sferza di più della frusta di Ivan. Le ossa della groppa vanno a sbattere contro le stanghe di legno: sembrano voler strapparsi la pelle da sole.
Al ritmo del cavallo, volteggiamo nella slitta. Un momento, sprofondiamo nella neve, un altro ci sentiamo sballottare. Non c’è tempo per riprendere fiato. Veniamo trascinati via come se avessimo le ali.
“Hue! Peste! Hue! Hue! Ha! Hop! Hop!” grida in questo momento Ivan, come posseduto.
Fischia, schiocca la lingua, si spolmona, si solleva, si gira e si rigira sul sellino. Dalla sua schiena ci scivola addosso una montagna di neve. Un vortice di neve corre dietro a noi e tutto intorno.
Il cavallo è cosparso di neve: gli scende giù dagli occhi, gli ricopre la testa, il dorso fino a schizzargli fuori dalle narici. Dalla bocca gli esce un vapore denso. Scuote la criniera, come ubriaco e fa tintinnare tutti i sonagli.
Nuotiamo dietro a lui come in una corrente d’acqua. La città se ne vola via da tutti e due i lati: una via svanisce e si confonde con un’altra. Neve densa turbina nei viottoli come farina rovesciata dai sacchi. Dove siamo? In un soffio, abbiamo volato sopra il grande giardino della città. Solo un istante fa, era là, pieno di alberi, in cima alla collina e di colpo, se ne è volato via come un fiocco di neve nell’aria. Dov’è la grande chiesa? Chi mai potrebbe averla spostata? Ora è scivolata via, si è staccata dalla terra. I muri bianchi hanno lasciato uscire un soffio di neve, la croce d’oro ha appena avuto il tempo di brillare … e ha perforato il cielo.
Le guance mi bruciano, mi pizzicano. Protendo le mani: voglio afferrare qualche casa, qualche via. Ma dinnanzi a me tutto vola via: finestre, imposte, insegne, tutto – il vento ha il sopravvento, la neve inghiotte tutto.
Lontano dalla città ora – ci sembra di esser stati trascinati nell’aria – non vedo più nulla. Il gelo morde. La neve si incolla agli occhi e pizzica le sopracciglia.
Ho freddo alla testa. La neve penetra nei capelli fino a farli diventare duri: da prendere e da tagliare con il coltello. Il collo è tutto bagnato, pieno di neve.
Batto i piedi. La coperta di pelliccia è da un po’ di tempo che è tutta fradicia. Ci fa ancora più freddo. I piedi sono come pezzi di legno; da non riuscire nemmeno ad alzarli. Voglio scuotere Abrachka. Ma che cos’ha?
Il vento fischia. Non sento più il fratello. Solo un momento fa scalciava come il cavallino. Perché non esce più vapore dalla bocca di Abrachka? Il mio viso brucia. Ci congeleremo? Mamma! Mamma! Dov’è la mamma? Anche lei è volata su in cielo? Ci sgriderà:”Dove siete? Dove vi siete nascosti? Ai confini della terra?....”
“Trr…” la slitta si ferma bruscamente, quasi rovesciandoci.
“E dove sono i 10 copechi!” Ci sveglia il vocione di Ivan.
Con il guanto di pelliccia, grosso come una zampa d’orso, ci tocca gli occhi. Tira fuori dal mezzo-guanto di Abrachka i 10 copechi. Ivan fa scivolare la frusta sotto il cinturone e sputa prima in una mano, poi nell’altra, butta in aria la moneta come se volesse pesarla, provarla sotto i denti.
“Vero argento! Duro come ferro?” Strombazza ridendo
“Ivan dove siamo?”
“Siamo rientrati a casa, piccolina, a casa.”
Mi volto. E’ vero. Davanti a noi, come sempre, si erige la grande chiesa. I muri, il tetto, la croce – sono tutti ritornati dal cielo. E il cielo si è chiuso: ha scacciato le nuvole. Lassù, sola, una piccola stella smarrita scintilla.
Sulla collina è cresciuto di nuovo il grande parco. Casettine, negozi, finestre – Ogni cosa si è rimessa a posto.
Scivoliamo fuori dalla slitta. Da dove siamo tornati? Ivan ci ha lasciati giù nella nostra via grande e larga.

(brano tratto da Lumières allumées, di Bella Chagall, ed Trois collines, Svizzera, 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri)
foto 1: Vitebsk agli inizi del 900; foto 2: copeco russo

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XII LA QUINTA CANDELA



Una luce dopo l’altra. Ora le cinque candele bruciano nella lampada di Hannukkah: accese tutte e cinque insieme riempiono gli occhi di luce!
Una candela agita l’altra: ogni fiamma vibra nell’aria sopra alla lampada di Hannukkah e riscalda tutto il Paradiso d’argento. Attorno alla tavola della sala da pranzo si sono riuniti tutti i bambini, grandi e piccoli. Il lampadario risplende di un bagliore traboccante di festa. Dalla cucina sbucano fuori odori l’uno più saporito dell’altro.
Il lucioperca bollito se ne sta a raffreddare là sotto in un piccolo stagno di salsa: rondelle di cipolle, cotte insieme con il pesce, sono rimaste intrappolate dentro come congelate nel ghiaccio.
I pezzi di grasso fritti sono già diventati duri e neri, anche se hanno le punte piene di grasso.
Un vaso di grasso non smette di bollire sulle braci. In cucina c’è caldo. Sul volto di Hava, la cuoca, le guance si fanno di fuoco.
Lei se ne sta in piedi davanti al forno aperto e, ferri alla mano, si accanisce sulle padelle. Un po’ riscalda, un po’ unge con una carta piena di grasso e un po’ versa ancora un cucchiaio di impasto liquido oppure toglie da una padella una frittella appena fatta saltare.
Calde, panciute, le frittelle brillano di perle di grasso e saltano sul fuoco come farebbero dei neonati a suon di scapaccioni.
Guardiamo la cuoca come se fosse una maga.
“Hava! Sarà per me la frittella grossa? Dici?” Abrachka si sporge in avanti con le guance belle gonfie che sembrano pronte a scoppiare.
“Avrai mal di pancia, non vedi! Quanto ci si può rimpinzare di frittelle? Questo discolo non mi lascia respirare!” Hava si lamenta ma non fa che friggere e impilare piatti di frittelle calde appena fatte.
Scoppiamo a ridere e ci lecchiamo le dita. Le frittelle scivolano nel grasso. Sgranocchiamo i pezzi di grasso fritti. Da dove iniziare per prima quest’assalto?
Ma ecco che tutto a un tratto sulla tavola vengono ammucchiati tronchetti di legno tagliati a pezzetti – piccoli blocchi, simili a piccoli barili tirati fuori da una scatola. E’ il gioco della tombola!
Ci vengono distribuiti dei cartoncini bianchi, rigidi. Sopra, dal basso in alto, ci sono dei numeri in nero tutti mescolati tra loro. Un “2” sta accanto a un “9”, a un “7”, a un “3”; sono tutti in disordine. Il gioco finisce quando qualcuno è baciato dalla fortuna ovvero quando tutti i numeri vengono coperti da cubetti di legno sopra ai quali è dipinto lo stesso numero.
Quindi questo gioco è solo una questione di fortuna. E ogni volta che cade sul tavolo un cubetto con un numero, tutti sobbalzano come se quel numero, per un attimo, avesse fatto vacillare la loro fortuna.
“11! 4! 7!”
“Qui il 4 qui! Ecco il 4!”
“Chi ha il 7? Non si vede il 7?”
Il cubetto di legno gira tra le dita di mio fratello e ruota sul tavolo.
Il 7 rotola sotto la lampada che risplende: si direbbe un diavolo nero su un piede solo.
I cubetti e i numeri si confondono, disturbano gli occhi.
“Imbranata che non sei altro! Ma tu hai il 7! Perché non lo dici? Dobbiamo metterti le cose sotto il naso?” Dietro alle mie spalle, Abrachka grida con voce stridula.
“Sto per vincere?”
“Testa dura che sei! Credi di vincere così in fretta?” Tutti si mettono a dire qualcosa:
“Cosa si può fare con lei? Non vedi, sogna! Dorme!.....Ha mangiato troppe frittelle! Non vedi gli occhi che ha?...... E cosa ancora!? Taci! Dì piuttosto che lei non sa fare nemmeno un 7!... Ah! Sì!....” Non mi trattengo più:
“Il professore dice che imparo meglio di te! Conosco molto bene il 7! E’ un numero fortunato!”
“Dormendo, ti sei quasi fatta portar via la fortuna!”
“Guarda! Trema come una foglia!”
Dalla paura, non stacco gli occhi dal cubetto di legno. D’un tratto, faccio un balzo.
“Guardate! Ho vinto! Ho vinto! Peggio per voi! Ho vinto!”
Tutti si girano verso di me e insieme a loro guardo questa specie di miracolo: tutto il mio cartoncino è ricoperto di gettoni di legno.
“La fortuna ad una sciocca!” si lascia scappar fuori Abrachka. Tutti mi invidiano. Persino il buon Mendel sbatte sulla tavola i cartoncini oramai inutili come se volesse colpirmi le dita.
“Un numero! Mi mancava solo un numero per vincere!” si rode il fegato.
“Ah! Vincerai un’altra volta! Per lei, questi pochi soldi sono una faccenda seria!” Abrachka mi guarda storto.
Mi rovinano la gioia. I soldi vinti mi bollono tra le dita.
“Guarda piuttosto come la trottola sta per volare!” Abrachka fa rotolare la trottola di zinco sulla tavola.
Il piedino della trottola ha appena sfiorato la tela cerata scivolosa: la trottola si è messa a girare alla mercè di tutti. Fa sshh… fischia come il vento: sembra vorticare nell’aria.
Gli occhi di tutti sono fissi sulla trottola: la inseguono nella sua corsa.
Dov’è il suo pancino? Dove sono le quattro lettere? A forza di girare, i quattro lati sembrano venir meno. La “G” e la “N” sono apparse solo una volta in modo chiaro, poi sono sparite.
Ma ecco che alla trottola sembra venir meno il respiro; il turbinio si placa; il suo piccolo piedino gira sempre più lentamente, i quattro lati di zinco con le lettere in rilievo diventano sempre più nitidi. La “G”, la “CH”, la “H”, la “N” ci fanno l’occhiolino con le loro piccole teste che sembrano ritornare da lontano.
“Scommettiamo quello che vuoi che la trottola si fermerà sulla “G”!”
“Come potrebbe essere altrimenti se lo vuoi?”
Tutti guardano la “G” quasi a volerla arrestare con gli occhi per strapparla dalla sua metà corsa. E ecco… Sembra che si fermi questa lettera “G” che vuol dire “Bene”. Poi corre verso la “CH” che vuol dire “Male” e che le fa lo sgambetto. La “G” si rovescia da un lato e la “CH” si ferma giusto in mezzo alla tavola.
“Allora, scommetti ancora una volta?”
“Eh beh! Non c’è niente da dire…. E’ festa, no? Andiamo a giocare a carte?”
Con nuovo entusiasmo, ci lanciamo sulle carte. Le stesse carte colpiscono gli occhi per i loro volti allegramente dipinti.
Soltanto la Regina ha un viso bianco, liscio e un corpo snello. Il Re occupa un’intera carta, come se, con la sua mole, volesse darle più peso.
I giovani Principi vogliono distinguersi con i loro baffi ben arricciati all’insù.
A volte, su di una carta, due Re escono fuori insieme, si spingono con i piedi che noi non vediamo. Ciascuno di loro vuole stare al centro.
E’ una vera scienza conoscere il significato di ogni carta.
“Giochiamo al ventuno, vi va?”
I fratelli sono tutti in fermento. Uno di loro mescola le carte una volta, poi le mescola ancora, le sbatte come far prender loro aria. Soffia, sputa nelle dita, prende fuori le carte da una mano, le spinge nell’altra. All’improvviso grida:
“Alzate!”
Un mucchio di carte viene alzato e viene messo su altre carte.
“Dai un colpo!”
“Cos’è questo modo di comandare così? Hai mescolato abbastanza! Cosa vuoi farne? Impastarne di nuove? Non sono mica frittelle?”
“Una due…. Ecco …. Una carta per te…. per te…. uno, due tre…”
Le carte vengono gettate su di un campo di battaglia.
Con il fiato sospeso, seguiamo con gli occhi tutte le carte che scivolano tra le grandi dita di mio fratello. Seduti sugli spilli, abbiamo paura di guardare che carta è uscita.
Ognuno pensa tra sé: “ Vedrai che l’altro avrà sicuramente una carta migliore!” e si lascia sprofondare le carte in mano fino a spiegazzarle tutte. Sembra che far punti dipenda unicamente dal fatto che l’avversario non vede le carte. E’ un segreto!
La cosa da fare è… lasciare le carte sulla tavola, non guardare e serbarle nella mente.
Le carte vengono allineate sulla tavola, girate in su; ognuno se ne sta seduto e aspetta un miracolo. Forse vincerà? Quando intravedi un Re nelle carte di un altro, ti viene un soffio al cuore. E’ finita…. è l tuo avversario che vincerà! Non tu!”
“Non essere così fiero!” Qualcuno inizia a prendersela con l’altro.
“A volte una piccola carta vale più di un Re”
“Dove hai visto dei Re da me?”
“Credi di aver reso mute le tue carte con il tuo silenzio?”
“I tuoi Re! Ne ho bisogno come del diavolo! A me è venuta fuori una carta più bella di una Regina!”
“Ah sì! Mostra!” Tutti guardano quel contafrottole di Abrachka.
“Va a credere a questo imbroglione! E allora perché scalci dietro alle sedie? Toh! Guarda per colpa tua mi è caduta una carta dalle mani.
“A causa mia?” Abrachka lo scimmiotta: “Nullità che non sei altro! Cosa balbetti? Le carte ti cadono dalle mani da sole, per la paura”
“Screanzato! Ridammi la carta o esci dal gioco!”
“Ah sì! Aspetta un po’ “ Abrachka rotola per terra.
“Adesso, vi tengo tutti dietro al mio orecchio sinistro!”
Eccola qui bella distesa la Regina, la faccia in sù!” Abrachka nitrisce d’estasi: per primo ha visto una carta di un altro, una vera.
“Ridammela! E’ la mia carta! Non giochiamo! Con questi modi da ladro! Un gioco fatto così non conta!”
“E come sai quel che si può e quel che non si può fare?” Ecco un nuovo saggio!
“Che brigante! Dire che mette tutto sotto sopra”
I fratelli si lanciano uno addosso all’altro. Attorno alla tavola, è una rissa. Le carte vengono spinte, le sedie indietreggiano qua e là. Uno picchia, l’altro colpisce, un altro ancora si mette a dar schiaffi e altri schiaffi volano in risposta. E’ stata dichiarata una vera guerra – come se stessero mitragliando con fucili.
“Ad ogni modo, non è la tua Regina!”
“Perché?” Abrachka non si calma “Sul pavimento o sulla tavola, è comunque una carta e non un fico!
“Tieni! Prendi questo, specie di cane! Oggi tutti i tuoi trucchi non ti aiuteranno!”
“Silenzio bambini! Quanto avete ancora intenzione di continuare a fare questo baccano? Non possiamo addormentarci! E’ già mezzanotte!”
I fratelli si fermano, si guardano. Dalla camera da letto, la voce del papà li doccia tutti come con acqua fredda.
In silenzio, raccolgo le carte. Ho la testa che rimbomba: dentro mi sento battere tutte le carte.

I miei pochi copechi guadagnati mi impediscono di vincere. Sono sotto il cuscino, ma spuntano fuori da sotto le piume, mormorano, mi pungono le orecchie. Ho paura di toccarli, come se fossero soldi rubati.
Fatico ad aspettare che spunti il mattino per darli al primo povero che entrerà in casa.



(brano tratto da Lumières allmées di Bella Chagall, éd. Trois Collines, Svizzera 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri)
foto: gioco del dreidel che si gioca durante la festività di Hannukkah

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XI LA LAMPADA DI HANNUKKAH







“Bambini dove siete? Mendel! Avremel! Bachka! Dove vi siete persi?” Sentiamo dal negozio la voce acuta della mamma. “Dove corriamo per giorni interi? Venite! Papà ci aspetta con le candele di Hanukkah!”
E dove potremmo essere? Ce ne stiamo in piedi a scaldarci vicino alla stufa. Ecco che giunge presto la fine del giorno. E’ buio. Aspettiamo che il negozio finalmente chiuda.
Come una colpevole, la mamma esce in tutta fretta dal negozio; come scusandosi dice: “Oggi c’è già un pizzico di festa… e sono ancora immersa in questo turbinio. Almeno che riesca a riunire i bambini e a benedire le luci di Hanukkah!”
Entriamo tutti insieme nella grande stanza dove papà ci aspetta.
Anche se la stanza è grande, ha una sola finestra. Papà se ne sta lì dandole le spalle, impedendo alla poca luce che viene da fuori di entrare. Ce ne stiamo tutti in piedi nell’oscurità e aspettiamo che si accenda la goccia di luce.
La testa di papà è china sulla lampada di Hanukkah.
La sua ombra volteggia sul muro scuro come se ci fosse un altro papà che vaga cercando qualcosa. Quando fa oscillare la testa, la lampada di argento scuro scintilla: come una luna addormentata, appare là dove già era - mimetizzata nel suo angolo, nascosta a tutti.
La lampada di Hanukkah è piccola, quasi come un giocattolo. Ma com’è cesellato il piccolo muro d’argento che regge le candele!
Al centro, due leoni dalle teste infuocate e le bocche spalancate; con le zampe sollevate sostengono le Tavole aperte della Legge. Tavole nude senza una lettera. Eppure emanano una luce, come se contenessero l’intera legge.
Attorno ai leoni fioriscono piante, come in un vero Paradiso; cespugli con grappoli e ogni sorta di frutta caduta dall’albero. Sotto i rami, due uccelli aprono gli occhi. C’è persino un lungo serpente che striscia.
Ai due lati del Paradiso, come di vedetta, stanno due ampolle d’argento, anch’esse minuscole, ma con pance grasse e piene: perché nel Paradiso non manchi l’olio.
E perché ci sia luce davanti agli occhi dei leoni e degli uccelli, un ponticello si protende sotto di loro, forato da otto piccole coppe che attendono solo di far uscire una fiammella. Le mani bianche di papà si muovono sotto queste piccole coppe. Da una di queste – papà comincia dalla prima – tira fuori uno stoppino minuscolo, inclina l’ampolla e versa una goccia d’olio. Lo stoppino inumidito assorbe l’olio, diventa mollo e bianco, quasi come una piccola candela.
Papà recita una preghiera, accende lo stoppino. Una sola, un’unica luce. Papà non tocca le altre piccole coppe. Tutte e sette restano lì vuote e fredde, come superflue.
Non è piena festa quando risplende una sola e unica luce. Una stretta al cuore – mio Dio - come se bruciasse una candela di commemorazione.
La fiamma è talmente piccola che la si potrebbe spegnere con un soffio solo.
Nessun riflesso sfiora il pavimento scuro. Persino il piccolo muro del Paradiso non è del tutto illuminato. Dei due leoni, soltanto uno riceve dal basso un po’ di calore, l’altro non sa nemmeno che qualcosa gli brucia accanto.
I miei genitori e fratelli si sono allontanati. Mi avvicino alla luce. Vorrei raddrizzarla, mettere a posto lo stoppino per poter ravvivare la fiammella.
Ma non c’è proprio niente da afferrare con le mani. Mi brucio le dita.
La fiammella risplende, si copre, occhieggia e non fa che tremolare.
Ecco che si spegne… Lotta per innalzarsi, almeno per una volta, giusto per lambire un chicco d’uva dal piccolo muro d’argento, o riscaldare una zampa del leone cesellato.
D’un tratto, una dopo l’altra, cadono dalla piccola fiamma gocce di olio che vanno ad ostruire lo spazio vuoto della piccola coppa soffocando ancora di più la debole fiamma. Lo stoppino inizia a fumare creando delle macchie lungo il rivestimento in legno della finestra.
Una macchia fresca, grigiastra va a distendersi vicino a quelle rimaste dalla Hanukkah dell’anno precedente, sulla finestra. Tutte queste macchie sopra la sommità della luce solitaria. Brillano quasi quanto quel bagliore. E quando viene accesa la grande lampada sul soffitto, essa anima con il suo fuoco vivo, l’ultimo soffio della luce di Hanukkah.
Perché le candele di Shabbat della mamma sono così alte e grandi? E perché papà, così grande, benedice una luce così piccola di Hanukkah?

(brano tratto da Lumières allumées di Bella Chagall,éd. Trois collines, Svizzera 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri con il sostegno affettivo e letterario di Lorenzo Gobbi)
La festività ebraica di HANNUKKAH solitamente cade tra la fine di novembre e la fine di dicembre.
Dal sito di Wikipedia in italiano traggo le seguenti notizie http://it.wikipedia.org/wiki/Hannukkah:
Chanukah o Hannukkah, (in ebraico חנכה, ḥănukkāh) è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola "chanukah" significa "dedica" ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei sull'ellenismo propugnato dai Seleucidi, al regno dei quali apparteneva Eretz Israel nel II secolo a.C.. Il dominatore greco riteneva di far scomparire la specificità giudaica proibendo la pratica della Legge, ma una rivolta armata guidata da Mattatia, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei, di Modin, cittadina a nord-ovest di Gerusalemme, permise - secondo Zc 4,6 - la vittoria dello spirito sulla forza brutale che minaccia Israele nella sua vita religiosa e spirituale. La festività dura 8 giorni e la prima sera, chiamata Erev Chanukah, inizia al tramonto del 24 del mese di Kislev. Secondo il procedere del calendario ebraico, quindi, il primo giorno della festa cade il 25 di Kislev. È l'unica festività religiosa ebraica che si svolge a cavallo di due mesi, inizia a Chislev e finisce in Tevet. In particolare se Kislev dura 29 giorni finisce il 3 Tevet, mentre quando Kislev ha 30 giorni finisce il 2 Tevet. È, assieme a Purim, la seconda delle feste minori, ovvero delle feste stabilite dopo il dono della Torah. (Wikipedia.org)

mercoledì 5 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (3^ parte) SEI GIORNI A GERUSALEMME








Chateaubriand più che in Palestina è diretto a Gerusalemme, o meglio al Santo Sepolcro. Egli non visiterà né Nazareth né il Lago di Tiberiade né il Monte delle Beatitudini in Galilea ma solo Gerusalemme, Betlemme, le rive del Giordano e il Mar Morto. Dei quindici giorni che trascorrerà in Terra Santa, dedicherà solo sei giorni alla visita dei luoghi santi di Gerusalemme. Un tempo estremamente breve se si considera l’intero viaggio.

Visitare Gerusalemme con gli occhi di questo aristocratico francese è stata un’esperienza davvero interessante, soprattutto dopo il mio viaggio, anzi il nostro viaggio, a Gerusalemme nell’inverno del 2005.
Il libro (Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet) non è ancora stato proposto sul mercato italiano, ma non vi è dubbio che lo meriterebbe!

In questo post, riporto solo le tappe essenziali del soggiorno di Chateaubriand nella città santa.

Chateaubriand a Gerusalemme: dal 1° ottobre al 16 ottobre 1806
1 ottobre: Sbarco a Giaffa.
4 ottobre: Arrivo a Gerusalemme, alloggio presso i frati latini.
5-6 ottobre: Visita alla Basilica della Natività di Betlemme, poi discesa fino al Mar Morto passando per Mâr-Saba. Il giorno dopo, esplorazione delle rive del Giordano, poi rientro a Gerusalemme passando per Gerico.
7-12 ottobre: Soggiorno a Gerusalemme, presso il convento del San Salvatore dei Frati Custodi di Terrasanta.
13 ottobre: Rientro a Giaffa, dove dovrà aspettare tre giorni prima di poter imbarcarsi per Alessandria d’Egitto.
16 ottobre: Imbarco per Alessandria d’Egitto.

Il primo ottobre del 1806 sbarca a Giaffa per ripartire subito dopo due giorni, giusto il tempo di riposarsi. Raggiunge Gerusalemme attraverso le montagne della Giudea e la vallata di Geremia. Arriva al convento dei Padri Latini a mezzanotte e 22 minuti per ripartire il mattino stesso per Betlemme dove visita la basilica della Natività. Lo stesso giorno si dirige verso il Mar Morto e il Giordano. Pranza al Monastero di San Saba dove viene assalito da alcuni Arabi che lo costringono a rifugiarsi nel monastero. Nel pomeriggio risale la valle del Cedron e arriva al Mar Morto dove trascorre la notte. Poi si reca a Jerico per riprendere il cammino verso Gerusalemme.
Dal 6 al 12 ottobre Chateaubriand visita i luoghi Santi e la città dentro e fuori le mura.
Il 12 mattina presto, lascerà Gerusalemme per Giaffa. Dovrà aspettare altri tre giorni prima di imbarcarsi il 16 per Alessandria d’Egitto.
Maggiori dettagli riguardanti il viaggio di Réné- François de Chateaubriand si possono trovare nel sito: http://www.ac-strasbourg.fr/pedago/lettres/Chateaub/cartitin.htm o anche al magnifico sito: http://www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/index_fr.html?http&&&www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/cartg_fr.html
La prima foto è tratta dal sito http://www.eliaphoto.com/ e rappresenta il Santo Sepolcro nel 1925.
L'ultima foto indica l'itinerario di viaggio ed è rintracciabile sul sito: http://www.ac-strasbourg.fr/

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME - 1806 (2^ parte) - ITINERARIO DI VIAGGIO






foto 1: castello della famiglia Chateaubriand, a Combourg in Bretagna a una quarantina di Km dalla costa nord della Bretagna/Saint Malo
foto 2: maison de la vallée aux loups vicino a Sceaux a pochi km da Parigi, dove Chateaubriand si ritira dopo il suo viaggio in Palestina.
foto 3: Itinerario del suo a Gerusalemme.

In pellegrinaggio verso Gerusalemme: itinerario di viaggio[1].

A 38 anni, il 13 luglio del 1806 Réné-François de Chateaubriand lascerà Parigi per intraprendere, in condizioni alquanto difficili, il suo viaggio in Oriente, che si concluderà nel maggio del 1807.
Non è ancora nato il “Grand Tour” sotto l’egida di Thomas Cook (1808-1892) che muove flussi di pellegrini dall’Inghilterra a Gerusalemme sollevandoli da innumerevoli disagi, la rete ferroviaria non si è ancora sviluppata e, inoltre il Mediterraneo, è controllato dagli Inglesi, quindi al nostro aristocratico francese non resta che andare ad imbarcarsi a Trieste su di una nave austriaca, per poi imbarcarsi a Smirne su di una nave da guerra americana, con destinazione la cittadina andalusa di Algésiras.
Il viaggio sarà dunque caratterizzato da soggiorni molto brevi e navigazioni interminabili.

L’itinerario nel dettaglio:Chateaubriand parte con la moglie e il domestico Julien passando per Nevers, Lione, Torino, Milano, Verona e Padova. Tutti e tre giungono a Venezia dove soggiornano dal 23 al 28 luglio, ma mentre la moglie si fermerà in laguna, egli procederà con Julien fino a Modon (Méthoni, città greca del Peloponneso). L’aristocratico e il suo servitore si imbarcano a Trieste e da lì attraversano l’Adriatico e lo Ionio per giungere fino a Sud della Grecia (Morea o Peloponneso). Qui, Chateaubriand procederà da solo: visita Atene, fa la traversata dell’Egeo fino a Smirne, dove si rivedrà con il suo domestico Julien.
Un mese di viaggio per arrivare a Smirne dove sosterà dal 30 agosto al 2 settembre.
Insieme visitano Costantinopoli (13-18 settembre) e da Costantinopoli navigano fino a Giaffa. Sbarcheranno a Giaffa il 1° ottobre del 1806.
Il viaggio a Gerusalemme non durerà molto, nemmeno una quindicina di giorni.
Già il 13 ottobre infatti, i due viaggiatori ripartiranno per Giaffa, per raggiungere Alessandria; risaliranno il Nilo da Rosette[2] fino a al Cairo, dove soggiorneranno dal 1° all’8 novembre. Ridiscendono poi il Nilo fino ad Alessandria (8-13 novembre), dove Chateaubriand dovrà pazientare per proseguire il suo viaggio: il periodo coincide con l’inizio del Ramadam. Agli occhi del pellegrino occidentale, l’evento passerà del tutto inosservato.
Il 23 novembre essi iniziano la traversata per raggiungere la Tunisia (23 novembre-12 gennaio 1807).
Il 18 gennaio 1807 Chateaubriand arriva finalmente a Tunisi dove rimarrà fino al 4 marzo. Dopo di ché si dirige verso Algésiras: cittàdina spagnola dell’Andalusia (9-30 marzo); farà scalo ad Algeri e a Gibilterra. Qui egli ritrova Natalie de Noailles, la sua amata segreta. Visita Granata dal 12 al 13 aprile, poi Madrid e Burgos, e rientra finalmente in Francia. Arrivato a maggio a Bayonne, non sembra avere fretta di rientrare a Parigi: vagabonda per i Pirenei, trascorre una settimana a Bordeaux, risale verso Blois e a Orléans. Arriverà a Parigi il 5 giugno 1807.

Rientrato a Parigi, riprende a scrivere contro il dispotismo imperiale e pubblicherà qualche articolo, sui costumi dei Turchi, degli Arabi e dei Greci. Nel 1809 pubblicherà Les Martyres ou le Triomphe de la religion chrétienne che ricevono una campagna ostile e mitigata.






[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet , pp.613-621. (ho un po’ riassunto e un po’ tradotto questo itinerario di viaggio).
[2] Rosette, villaggio di Rachïd, era una tappa obbligata durante i viaggi in Oriente del XIX secolo: in questo piccolo villaggio a nord di Alessandria, un giovane generale, durante la campagna d’Egitto del 1799, notò questa pietra ricoperta da geroglifici, la maggior parte in lingua copta. Sarà Jean-François Champollion nel 1822 che riuscirà a decifrarne il significato. Oggi la pietra è esposta al British Museum a Londra.

martedì 4 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME - 1806 (1^parte)





Réné-François de Chateaubriand (1768-1848) a Gerusalemme nell'autunno del 1806

Réné-François de Chateaubriand (1768-1848), un aristocaratico bretone, costretto a vivere, suo malgrado, le profonde trasformazioni del XVIII° e XIX° secolo, si reca a Gerusalemme nell’ottobre del 1806. Ha 38 anni, ha già compiuto diversi viaggi sia per piacere, sia perché costretto: ha visitato l’America, la Francia meridionale ed è fuggito in esilio a Londra (1793), dopo la Rivoluzione Francese, dove ha vissuto per sette anni sentendosi uno straniero in un Paese di cui non conosce la lingua. ( e dove scriverà Essai historique, politique et moral sur les révolutions anciennes. )
Chateaubriand è un aristocratico che si è visto spazzare via tutto un suo mondo e male si adatta a questa nuova situazione. Coltiverà un atteggiamento solitario e meditativo, la natura sarà la sua interlocutrice fidata e spenderà molte delle sue energie a difendere i valori cristiani che la rivoluzione, ai suoi occhi, ha voluto demolire. Tutta la sua opera infatti, sarà caratterizzata da questa ricerca che approderà in una vera e propria apologia del cristianesimo.
Nella sua vita di letterato, viaggiatore e ambasciatore, non poteva quindi mancare il viaggio dei viaggi: il pellegrinaggio al Santo Sepolcro. Quando racconterà delle persecuzioni, della povertà e delle difficoltà che devono affrontare i religiosi, custodi dei luoghi santi, paragonerà il loro vivere sotto il pascià ottomano come il proprio vivere sotto il Terrore.
Investito del ruolo di scrittore ufficiale dallo stesso Ministro degli Esteri Talleyrand, è il primo scrittore francese che dopo la Campagna di Egitto di Napoleone del 1798, intraprende un viaggio verso l’Oriente. Si tratta quindi di un pellegrino di eccezione che, già prima di partire è atteso in patria dalla celebre rivista letteraria Mercure de France, per la pubblicazione delle sue impressioni di viaggio. Nel 1811, a cinque anni dal suo rientro, vedrà le stampe il suo Itinéraire de Paris à Jérusalem[1], che più che un resoconto di viaggio, è una autobiografia, scrive lo stesso autore: “Je prie donc le lecteur de regarder cet itinéraire moins comme un voyage que comme des mémoires”.

Ma quali sono principalmente le ragioni di questo viaggio? Sicuramente una la troviamo nella Campagna di Egitto che ha dato il via a tutti quei viaggi e a quelle aperture verso l’Oriente tipiche del XIX secolo; non a caso, Chateaubriand includerà nel suo percorso la tappa a Rosette, dove si trova la pietra, da poco scoperta, che riporta geroglifici che rimarranno indecifrabili fino al 1822, ma non solo. Potremmo affermare, secondo Jean-Claude Berchet (curatore della recente edizione francese Gallimard), che altre due sono le ragioni del viaggio. Una di natura prettamente letteraria: l’opera che sta scrivendo: Les Martyrs de Dioclétien (che diventerà in seguito Les Martyrs ou le Triomphe de la religion chrétienne pubblicato nel 1809), lo spinge a recarsi sui luoghi della Cristianità. L’altra, di natura del tutto sentimentale: nonostante egli sia un uomo regolarmente sposato, da buon cavaliere romantico, intriso di letteratura cavalleresca, arde per andare a trovare la sua amata, Madame de Noailles, che si trova a Seviglia; forse, un viaggio così organizzato, che lo vede partire da Trieste per passare dalla Grecia, Turchia, Palestina, fare tappa a Gerusalemme, Egitto (Rosette e Cairo), Tunisia per poi raggiungere l’Andalusia dove si trova l’amata, potrebbe distrarre la buona società francese dalle vere intenzioni di chi lo compie. Ma come spesso accade in questi casi, una ragione non esclude l’altra.
Certo è che egli dovrà affrontare il suo grande viaggio con i mezzi dell’epoca, per cui molte sono le incertezze che incombono sulla navigazione – il mare Mediterraneo è ancora sotto il controllo degli Inglesi - e nonostante Chateaubriand parta per l’Oriente con meno pompa magna di Lamartine, l’altro poeta romantico francese, egli dovrà risolvere il problema del finanziamento: il viaggio è comunque costoso, regali ai conventi, spostamenti, guide, traduttori etc…; la vendita di un immobile della moglie e, in minor parte, le sue pubblicazioni, sembra che l’abbiano aiutato nell’impresa.
In questo grande viaggio, secondo Jean-Claude Berchet, ciò che colpisce il lettore contemporaneo, è la mancanza di interesse per la vita vera del posto e della sua gente. Una spia rivelatrice di questo atteggiamento è il suo soggiorno in Egitto. Vi arriva in pieno Ramadam e sul Ramadam nemmeno una parola! E’ lo stesso Chateaubriand che ingenuamente a un turco che gli chiedeva le ragioni del suo viaggio, gli dice: “Gli risposi che viaggiavo per vedere i popoli e soprattutto i Greci che erano morti. Tutto ciò lo fece ridere: mi rispose che poiché ero venuto in Turchia, avrei dovuto imparare il turco[2]
Dell’atteggiamento culturale di Chateaubriand, troviamo un’analisi acuta e dettagliata nel saggio di Edward Said Orientalismo, per l’intellettuale palestinese, il viaggiatore-pellegrino francese “era giunto in Oriente come una figura costruita, non come una persona autentica. Per lui Bonaparte era l’ultimo dei crociati; ed egli stesso sarebbe stato l’ultimo francese a lasciare la propria patria per recarsi in Terra Santa con le idee, i propositi e i sentimenti dei pellegrini delle epoche passate ’ ”[3]
Anche ciò che egli annota nel suo Itinéraire, all’arrivo e alla partenza da Gerusalemme sono una spia rivelatrice di un mondo che porta con sé. Mentre si sta avvicinando a Gerusalemme, egli incontra dei piccoli beduini che marciano al grido di “En avant! Marche!” – la campagna d’Egitto ancora risuona nella memoria della gente - e rimane estasiato nel vedere come questi giovanissimi abitanti del deserto, si divertano ad imitare i grandi soldati francesi, ciò lo riempie di orgoglio e gli regala una gioia simile a quella che deve aver provato, a suo dire, Robinson Crusoe, quando per la prima volta, ha sentito parlare il suo pappagallo. Sarà sul ricordo di questi piccoli beduini arabi che concluderà le pagine del suo itinerario Parigi-Gerusalemme, mentre si rivolge verso l’Europa, in quanto il suo viaggio proseguirà verso Tunisi e poi per la Spagna, egli spera dal profondo del cuore che quegli uomini, mentre monteranno la guardia, diranno ancora “En avant! Marche!”
Lo stesso Said scriverà, in parte citando Chateaubriand stesso: “Per una figura così accuratamente costruita come Chateaubriand l’Oriente era una tela decrepita, in attesa dei suoi interventi restaurativi. L’arabo d’Oriente era un ‘uomo civile ricaduto nello stato selvaggio‘ (cita Chateaubriand): nessuna meraviglia, quindi, che, osservando gli arabi sforzarsi di parlare francese, il nobile viaggiatore si sentisse come Robinson Crusoe, stupefatto all’udire il suo pappagallo pronunciare la prima parola[4]
La Palestina e Gerusalemme parlano attraverso le scritture, non c’è l’interesse reale per le persone che vivono su quella terra: tutto è trasfigurato agli occhi del pellegrino francese, l’Oriente, il deserto, il paesaggio, le persone al punto che “se il deserto di Giudea si è chiuso nel silenzio dopo la manifestazione della parola divina, è Chateaubriand a udire quel silenzio, a comprendere il significato, e a restituire la voce al deserto – almeno a beneficio dei suoi lettori.”[5]
Grande lo stupore e la commozione che prova quando scorge in lontananza Gerusalemme: quasi senza fiato e immerso nella santità della terra, ecco cosa scrive:
D’un tratto all’estremità di questo altopiano, scorsi una linea di mura gotiche fiancheggiate da torri quadrate, dietro cui si ergevano alcune sommità di edifici. Ai piedi di queste mura si vede un campo di cavalleria turca, in tutta la sua pompa orientale. La guida gridò: “El Cods!” La Santa! e fuggì al gran galoppo.
Capisco ora quello che gli storici e i viaggiatori riferiscono della sorpresa dei Crociati e dei pellegrini, alla prima vista di Gerusalemme. Posso assicurare che chiunque abbia avuto come me la pazienza di leggere pressappoco duecento relazioni moderne della Terra Santa, le compilazioni rabbiniche, e i passaggi degli antichi sulla Giudea, ancora non conosce nulla. Restai con gli occhi fissi su Gerusalemme, misurando l’ altezza delle sue mura, attirando a sé tutti i ricordi della storia da Abramo fino a Goffredo di Buglione , pensando al mondo intero cambiato dal Figlio dell’Uomo, e cercando invano questo Tempio di cui non resta pietra su pietra. Se vivessi mille anni, non dimenticherò mai questo deserto che sembra respirare con la grandezza di Jehova, e lo spavento della morte
[6].




[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet.
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 31.
[3] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2006, p. 173.
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op. cit. p. 173.
[5] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op. cit. p. 175.
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op. cit. p. 298.

lunedì 3 dicembre 2007

ODORE DI GERUSALEMME

Ho cercato Gerusalemme nelle voci degli autori arabi della Palestina, di oggi e del secolo appena trascorso. Ho provato a tracciare un “itinerario” di letture, cercando di rispettare la sofferenza e la storia di tutte le persone (palestinesi, israeliani, ebrei, arabi cristiani e musulmani) che hanno sofferto e che ancora continuano a soffrire per la terra di Israele e di Palestina.
Ho incontrato amicizie (possibili e impossibili), visitato case, ascoltato volti e frequentato scuole, dal periodo del mandato britannico ai nostri giorni, così come ci vengono narrate dalle scrittrici e dagli scrittori arabi di Palestina e di Israele, a Gerusalemme.
Una cosa mi preme sottolineare: quando ho iniziato ad ascoltare il racconto degli autori e delle autrici palestinesi (o che si sentono palestinesi, nonostante un diverso passaporto o una diversa nazionalità), non ho mai potuto smettere di ascoltare le voci degli autori ebrei e israeliani. Anzi, una voce ha chiamato l’altra, arricchendola e completandola. Ritengo che un ascolto ampio e di respiro sia preferibile al firmare petizioni contro o pro l’una o l’altra parte e penso che i libri di narrativa possano fare, in un certo senso, molto di più dei libri di storia. Il racconto, anche se spesso tratta di personaggi immaginari, ci riporta alla persona, alla sua storia, al suo volto, alla sua tragedia.
Scrivo tutto questo perché vorrei riuscire a dire solo parole per conoscere e amare Gerusalemme, nella sua complessa unicità.
Mi sarebbe tanto piaciuto creare un sito dal titolo "La voce dell’altro" dove accostare insieme le diverse voci di autori ebrei, israeliani, arabi, palestinesi. Ascoltare la loro Gerusalemme: quella amata, odiata, sognata, perduta o rimpianta. Ascoltare la storia e il dramma di ogni volto. Punti di vista diversissimi perché diversissimi sono i vissuti e le tragedie di ciascuno.
Ho tanti appunti sparsi e letture accumulate: spero un giorno di riuscire a creare questo sito o, se non mi sarà possibile, almeno un blog. Adesso mi accontento di mettere ordine tra i miei appunti sparsi, nella mia bibliothèque, come sempre: un po' alla volta.
Inizio dal ciclo di incontri che abbiamo proposto alla Libreria Paginadodici di Verona nella primavera di quest’anno (2007).
“ODORE DI GERUSALEMME…“. La città dei contrasti: parole per conoscerla e amarla.
(a cura di Lorenzo Gobbi e Maddalena Cavalleri)

Primo incontro (1^ parte)
GERUSALEMME NELLA MEMORIA DI AMOS OZ
Un viaggio nella narrativa di Amos Oz e nella Gerusalemme di oggi, con proiezione di fotografie dei luoghi di Oz
Lorenzo Gobbi (autore di Gerusalemme nella memoria di Amos Oz, Unicopli, Milano 2006)

Secondo incontro (2^parte)
GERUSALEMME NELLA MEMORIA DI AMOS OZ
Un viaggio nella narrativa di Amos Oz e nella Gerusalemme di oggi, con proiezione di fotografie dei luoghi di Oz
Lorenzo Gobbi (autore di Gerusalemme nella memoria di Amos Oz, Unicopli, Milano 2006)

Terzo incontro
LA CLEMENZA DEL FEROCE SALADINO
Gerusalemme contesa: il significato storico e simbolico di Gerusalemme tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam.
Massimo Jevolella (autore di Saladino, eroe dell’Islam, Boroli Edizioni, Milano 2006)

Quarto incontro
AL-QUDS GERUSALEMME “LA SANTA”
Gerusalemme araba tra cristiani e mussulmani: suggerimenti di lettura
Maddalena Cavalleri

Quinto incontro
“KÙM, ÒRI… (SORGI E RISPLENDI…)”
Gerusalemme nella poesia di Paul Celan – Paul Celan a Gerusalemme
Lorenzo Gobbi

Sesto incontro
“ALLE TUE PORTE GERUSALEMME…”
François de Chateaubriand, Gustave Flaubert, Maxime Du Camp et Pierre Loti a Gerusalemme
Maddalena Cavalleri.

libreria paginadodici
corte sgarzerie, 6 a – centro storico
37121 VERONA VR
tel. 045-8005750
pagina.dodici@yahoo.it
http://www.paginadodici.blogspot.com/

La fotografia che ho inserito nel blog, è tratta dal sito http://www.eliaphoto.com/
Il sito è dedicato alla memoria di Elia Kahvedjian (1910-1999), un fotografo armeno che ha lasciato un patrimonio di fotografie storiche di Gerusalemme davvero prezioso. Se andate a Gerusalemme, vi consiglio caldamente di andarlo a visitare. Altrimenti il suo sito internet offre già uno sguardo (tra gli innumerevoli sguardi possibili!) su Gerusalemme. Le foto si possono anche ordinare via internet.

venerdì 30 novembre 2007

Christian Bobin, GEAI

















In breve...
Un ragazzo di otto anni, Albain, incontra Geai sotto la superficie ghiacciata del lago Saint-Sixte nell’Isère. A Geai piacciono i bambini. I due cominciano a chiacchierare e a parlarsi. Ma quando torna a casa, Albain si trova in un mondo tutto diverso: i genitori sono in crisi, la mamma è spesso via e il papà sa comunicare solo con gli schiaffi. Difficile parlare con persone così, più facile farlo con le sue due sorelline più piccole: Babille e Cogne. Per fortuna c’è Prune, la sua piccola amica che comincia ad essere un po’ gelosa della misteriosa signora del lago. Così un bel giorno, decide di andare a conoscerla. Si reca insieme ad Albain al lago Saint-Sixte, ma niente da fare, là non c’è nessuno: solo Albain riesce a parlare con la misteriosa signora. Un bel giorno, il giovane protagonista si ritrova in un letto di ospedale. Tre mesi di coma. Un incidente. Forse le sue gite sulla neve: le peripezie sulla slitta. Suo padre è molto preoccupato. Passata la paura, il piccolo torna a casa, riprende la vita di tutti i giorni: i compiti, la scuola. Da quando ha fatto l’incidente, ha forti emicranie: fa fatica a concentrarsi, a studiare, anche se gli piace il suo maestro, un uomo un po’ strano e innamorato. Ha metodi pedagogici insoliti: racconta sempre di una donna che abita nel Nord; dice di esserne molto innamorato, così tutti gli alunni scrivono alla sua innamorata per sapere quando tornerà nell’Isère – Albain ha capito che questa donna non esiste, ma che è un trucco per far scrivere loro lettere che poi il maestro correggerà.
Un pomeriggio, Albain non riesce a concentrarsi per fare il tema. La mamma entra nella stanza e non si accorge che Geai è lì con lui per aiutarlo. Albain può vedere o sentire Geai, nessun altro può farlo, ma quando lei passa, le persone iniziano a sbadigliare...

La narrazione di Bobin continua semplicemente come è iniziata: il ragazzo diventa grande, comincia a lavorare e incontra l’amore. Da quel giorno, Geai scomparirà.
La storia, in sé, è molto semplice e sviluppa in modo narrativo tutti i nuclei del pensiero e della vita di Bobin che, a mio avviso, non possono essere disgiunti. Ma tuttavia, Geai non è un romanzo autobiografico, anche se ha in sé molto che nasce dalla vita del suo autore. Non vorrei sembrare una guardona che cerca la vita dell’autore nelle sue opere, ma essendo rimasta per molto tempo in compagnia di Christian Bobin, mi viene del tutto naturale cercare di conoscerlo, anche “di persona”. I riferimenti che si trovano alla sua vita celata o manifesta, rendono la sua opera ancora più indifesa. Essa si offre al lettore in una nudità disarmante. Non vi è il grande ego che dall’alto detta le sue opinioni, c’è solo un uomo che attende, scrive, vive. Come tutti, come tanti, ma sotto certi aspetti, forse, come pochi.

Il Lago ghiacciato di Saint-Sixte, nell’Isère [1] fa sicuramente parte dei posti da lui conosciuti e amati, molto probabilmente un luogo colmo di memoria. Saint-Ondras[2], la cittadina dove ha abitato l’amica Ghislaine, si trova a mezzora di strada dal lago. Lo stesso Albain, a tratti, ricorda Christian adolescente, così come egli stesso si racconta in Prisonnier au berceau[3] e ne La luce del mondo[4], dove incontriamo Christian giovane, con le sue difficoltà per inserirsi nel mondo del lavoro, dovute per lo più alle dinamiche relazionali che una professione presuppone, (almeno nella maggior parte dei casi). Per entrambi, il primo impatto sarà traumatico: Albain si imbatterà nell’ ”abominevole” venditore di pentole, mentre Christian ricorderà il giorno in cui due agenti di qualche assicurazione, si sono affacciati al portone di casa per iniziarlo al lavoro.
Anche l’incidente sulla slitta e i tre giorni di coma sono probabilmente parte del suo vissuto: otto anni dopo (in Bibliothèque de nuages[5]), Bobin racconterà di aver rischiato di morire a vent’anni (non ci dice come) e di aver avuto suo padre al capezzale del letto, come il giovane Albain.
Ma ciò che conta non è l’elemento autobiografico in sé, bensì la vita che dà ninfa e vigore all’opera. In Bobin non c’è una pagina scritta “più importante della vita”, in lui incontriamo una scrittura che mette in luce e dà respiro alla vita, senza edulcorarla. La scrittura ha aiutato Bobin ad uscire dai suoi momenti bui. E’ un dono e come tale è gioia pura.
Ciò che vivo di chiaro viene continuamente strappato al cupo, ricerco il mio amore sino negli inferi. Vi rendete conto di quanto debbano essere oscuri i contorni di questa luce perché io sia abbagliato dal blu di un’ortensia dalla semplice parola di una madre al figlio?[6]”: è ciò che leggiamo nel libro-intervista di Lydia Dattas[7]

Non solo il lago Saint-Sixte, l’amica Ghislaine – una presenza di luce diffusa - ma anche la più marginale figura del brocanteur (rigattiere) la ritroveremo in Une bibliothèque de nuages[8], otto anni dopo. Gli oggetti abbandonati hanno tutti una storia e il brocanteur è il loro custode. Il custode del tempo - salvatore dall’oblio che tiene in vita gli oggetti, rimettendoli in un ciclo vitale. Il solo giacere in una vetrina, l’essere accarezzati o desiderati da altri occhi, li rende vivi. Bobin, in questo, è maestro: egli non trasfigura un semplice rigattiere facendone una persona quasi irreale, al contrario, gli restituisce l’identità più profonda unita alla nostra attenzione. Invita a una giustizia dello sguardo che ridà luce e vita al mondo.
Dopo una serie di peripezie professionali, il giovane Albain troverà lavoro proprio presso il rigattiere di Besançon, che vive a Dole.

Geai è un libro ricchissimo d’infanzia: Albain è un bimbo che deve diventare grande; come scrive Mario Bertin nella prefazione di Elogio del nulla, “un riferimento costante nell’opera di Bobin son i bambini. Ma non alla maniera inquietante di Michel Tournier. I bambini di Bobin sono, al medesimo tempo, modelli e interlocutori, perché sono capaci di una conoscenza immediata, perché sanno vedere anche quello che l’adulto non è in grado di vedere, quello che alla persona adulta è invisibile.”[9] Un bambino diventa adulto quando è capace di mentire su ciò che è, come tutti gli adulti sanno fare[10], e forse per questo Albain diverrà grande scegliendo proprio di non mentire a se stesso e agli altri, senza diventare per tale ragione, né ingenuo né cinico.
Vi è un momento centrale nel libro in cui Albain sembra far da controcanto o “fare il verso” a Antoine Roquentin, celeberrimo personaggio de La Nausea di Sartre. Una mattina, il giovane Albain anziché uscire per recarsi al lavoro, resta incantato alla vista del marronnier (ippocastano) che scorge davanti a casa. Assorto in alcune meditazioni sull’inferno e il paradiso, resta seduto in contemplazione davanti all’ippocastano. Egli prova una gioia profonda e nessuna nausea.
Albain ha fatto la prima colazione davanti all’albero. La prima colazione è durata una decina di ore. Dio mio, com’è bella questa vita e com’è ben fatta: dentro di noi qualcosa ha fame. Fuori, una quantità infinita di cibo, più del necessario. […] Geai è accanto ad Albain, davanti alla finestra. Il vivo e la morta guardano l’ippocastano. Il sorriso di Geai è diminuito di intensità. E’ meno accentuato del solito. Davanti all’albero, Geai riconosce qualcosa della vita che non possiede più. E riconoscerlo si accompagna a una lieve malinconia.[11]

Geai, come La folle allure[12], è dunque un romanzo di iniziazione, di una crescita interiore. I protagonisti vivono profondi mutamenti e in questo continuo movimento, Albain incontra Rosamonde. Un nome che fa esistere due persone: la madre e la figlia. “Rosamonde è il nome del legame fra quella madre e quella figlia[13]”. Albain si innamora di entrambe o meglio “non si è innamorato di una persona sola, ma dell’unione fra questa persona e un’altra, dell’universo che vibra all’interno di questa unione. Si crede di amare degli individui. In realtà, si amano dei mondi[14]”.
Albain decide di restare con loro. Geai, a questo punto, non ha più ragione di rimanergli accanto.

Rosemonde è due
Rosamonde è due. Sì, lo so che questa frase non suona bene. Ma è impossibile scriverla diversamente. Rosamonde è due. Rosamonde è il nome dato da Albain a una visione che lo ha incantato. Visione che è apparsa sulla soglia del suo negozio. Una madre e sua figlia. Rosamonde è il nome del legame fra quella madre e quella figlia. E’ questo legame che ha incantato Albain. Rosamonde è il nome di questo incanto. Si può scriverlo così: Albain si è innamorato, a condizione di precisare che non si è innamorato di una persona sola, ma dell’unione fra questa persona e un’altra, dell’universo che vibra all’interno di quest’unione. Si crede di amare degli individui. In realtà si amano dei mondi.[15]

Se Rosemonde è "il nome di questo incanto", quale mondo evoca il nome Geai? Geai è il nome di un piccolo uccello dalle piume screziate di blu e marrone: la ghiandaia; lo ritroviamo spesso nei libri di Bobin in compagnia dei passeri, delle tortore e dei pettirossi: portatori di gioia insieme al tiglio e alla betulla cha abitano dinnanzi alla casa del nostro autore che come Emily Dickinson, fa esperienza della natura[16]
In un brano di Prisonnier au berceau [17], Bobin ci parla di questo piccolo essere che porta in sé la durezza delle battaglie e la grazia dell’universo:

La ghiandaia è un uccello pesante, di buon grado battagliero. Nelle foreste, a volte, si scoprono le vestigia delle sue guerre: lunghe piume marroni strappate a ciuffi e, quasi invisibili, minuscole piume striate di blu: bagliori di vetro del paradiso, come se qualcuno avesse lanciato una pietra contro un vetro nelle profondità dei cieli. Non capisco come tanta grazia possa venir fuori da così aspre battaglie. La durezza di questo blu mi acceca come una verità eterna.[18]
Vi invito a leggere Geai per scoprire gli altri mondi che evoca il suo nome.
Il libro è stato pubblicato in Italia dalla San Paolo nel 2000 e, a mio parere (la San Paolo non me ne voglia!), la scelta della copertina non rende giustizia al contenuto di quest’opera.
Le foto mostrano il Lago di Saint-Sixte.
Note
[1] Isère: dipartimento della regione Rhône Alpes, regione del sud-est della Francia, al confine con l’Italia.
[2] Una cittadina a tre ore da Torino! Così registra il motore di ricerca Google map!!
[3] Prisonnier au berceau, Mercure de France, 2005. (Prigioniero nel Paese dell’infanzia – così tradurrei il titolo del libro non ancora uscito in Italia).
[4] La luce del mondo, Gribaudi 2001.
[5] Une bibliothèque de nuages, Lettres vives, 2006, p. 30.
[6] La luce del mondo, Gribaudi 2001, p. 20.
[7] La luce del mondo, Gribaudi, 2001.
[8] Geai, San Paolo, 2000 pp. 94-95; Une bibliothèque de nuages, Letres vives, 2006, p. 41.
[9] Elogio del nulla, Servitium, 2005, p. 8.
[10] Elogio del nulla, Servitium, 2005, p. 25.
[11] Geai, San Paolo, 2000 pp. 64-65.
[12] La Folle allure, Gallimard, 1995 (non ancora pubblicato in Italia).
[13] Geai, San Paolo, 2000, p. 85.
[14] Geai, San Paolo, 2000, p. 85.
[15] Geai, San Paolo, p. 85.
[16] La luce del mondo, p. 27.
[17] Prisonnier au berceau, Mercure de France 2005 (Prigioniero nel Paese dell’infanzia – così tradurrei il titolo del libro non ancora pubblicato in Italia).
[18] Prisonnier au berceau, Mercure de France 2005, p. 71.